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Impressioni dal vero

I colori sulla tavolozza vanno messi in un ordine preciso. Un vero paesaggista en plein air li pesca senza guardare. Lorenzo Delleani lo fa, e può concentrarsi sul punto di vista rivolto al cielo (molto) da vicino. Sono oli grassi, in stesure di colore corposo. Nelle nuvole, imprigiona a fatica, masse di luce tra grumi di colore.

Il problema della noia dei paesaggi non é il soggetto, ma la poetica. Serve una ribellione. Il parametro asettico delle campiture piatte, non vuole saperne di essere sovvertito, occorre combattere. Passare da “vedere” a “sentire” richiede una tecnica moderna, che materializzi il colore, e lo spirito aperto di chi dentro al paesaggio vuole starci per viverlo. Un paesaggio realista é una persona egocentrata e uguale a se stessa, carattere immediato e poca lirica. I “dintorni di una città” di Delleani partono alla ricerca della vita che pulsa, e ci mettono meraviglia nel dirci, lì attorno, quanta gioia c’é.

“Nonostante i suoi inganni, travagli e sogni infranti, questo è pur sempre un mondo meraviglioso. Sforzati d’essere felice.”

(Manoscritto del 1692 trovato a Baltimora nell’antica Chiesa di San Paolo)

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Spazzapan_blog_arte_dincanTO
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Spazzapan: un “occhio” allo stato puro

Spazzapan a Torino è un caso a sé.

“Sono risolutamente contrario ad ogni criterio prestabilito di organizzazione del quadro. Ad ogni attività sistematica, ad ogni metodo. Vedo le più giovani generazioni seriamente afflitte o insidiate dal malanno della stilizzazione”

Per lui la paura di sbagliare è solamente ”effettiva deficienza di coraggio”, osa lasciare la sua pennellata ambire al colore,  puro.

Si concede il lusso di dimenticare la forma a favore della poesia.

I suoi quadri spesso non devono vedersela con il vero perché l’unica realtà sta nelle immagini, quelle mai esistite sulla terra, ma che possono pretendere all’eternità della fantasia.

La novità, la velocità, dell’inseguimento delle sue tinte violente sulla tela potrebbe suonare così:

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Tranquillo-Cremona_blog_arte_dincanTO
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“… tutti amarono l’arte con geniale sfrenatezza“

Le pennellate sono rustiche, sporche, spesse, buttate. I contorni sono bagliori di un incendio.

Non c’é severità, ma totale presenza di dubbi. L’immagine non va cercata, perché i sensi sono la prima cosa che vedono i nostri occhi. Il volume scompare, ma la certezza che ci lascia é intima.

Tranquillo Cremona si firmava TC, quasi sempre in rosso, come se lo pronunciasse a voce alta. Usava il suo braccio al posto della tavolozza ed é per questo avvelenamento passato attraverso la pelle che é morto. Rivelando come possa essere profonda una passione, e sofisticato un destino.

“La melodia” é un quadro che non ha suono, ma se dovessi ascoltarlo in silenzio, mi parlerebbe così…

Spazio spazio, io voglio, tanto spazio

per dolcissima muovermi ferita:

voglio spazio per cantare crescere

errare e saltare il fosso

della divina sapienza.

Spazio datemi spazio

ch’io lanci un urlo inumano,

quell’urlo di silenzio negli anni

che ho toccato con mano.

Vuoto d’amore

(Alda Merini)

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Vincent Van Gogh_dincanTO_blog_arte
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“Cosa sarebbe la vita se non avessimo il coraggio di fare tentativi?“

VVG non era un pazzo.

Riprende dagli impressionisti colori liberi, sciolti, luminosi. Il lavoro é la sua frenetica ragione di vita, sia durante il giorno, che sul bordo del sonno e del manicomio. Gli input fitti, personali, ri-costruiscono cieli, cipressi, girasoli; annientano l’imitazione e aprono al contemporaneo.

Usa colori da sbandato, ma anche se forse é la”follia”a rivolgersi al futuro, non é l’essenziale. In fondo era un idealista: la predica laica, il sogno della scuola con Paul Gaugin. Tutto finito male, ma forse è proprio tutto questo che ha saputo dare spessore alle sue pennellate. Quello spessore che, ancora oggi, lo ha reso una rockstar della pittura e che ci dà la sensazione che sotto quel colore ci sia tanto a sostenerlo.

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Henri_de_Toulouse-Lautrec_arte_blog_dincanTO
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“Dipingo le cose come stanno”

Henri de Toulouse-Lautrec se non avesse avuto la pittura, probabilmente, si sarebbe ucciso.

Cerca nei dipinti un’iniziativa assoluta, una maniera cosciente di aprire la porta sul contemporaneo. Il suo fatto pittorico é spontaneo quanto attuale per la Parigi del tempo. La ricchezza della sua famiglia e la sua opera, libera dalla schiavitù del riconoscimento, gli concede il lusso della verità. Ma anche due cadute da cavallo.

Due femori rotti.

L’altezza spezzata come prezzo da scontare per l’hobby da famiglia bene. Il padre Alphonse II, dopo queste disgrazie, smetterà completamente di considerare suo figlio 17enne che, pure, così degno lo ritrae.

Henri allora costruisce un mondo altro, suo. In quelle”maledette strade”di Parigi, nelle case chiuse in cui passa gran parte della sua vita, sino al Moulin Rouge.

Lì poteva essere.

 

Angoli al limite della Città, come al limite di se stesso é stato costretto a condurre la sua esistenza, ma con acume, sguardo e ironia tali da lasciare andare pennellate improvvise, immagini sensibili e pochi colori. Quelli che bastano per stampare su una sua affiche, la realtà sincera, che oggi lo farebbe sentire, almeno per noi, accettato e familiare.

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Millet vero…che più vero non si può

Catherine è la seconda moglie di Jean-Francois. Gli darà 9 figli. Lo studio di tratti perfetti la aiuta a raccontare la sua storia. E’ un primo piano semplice ma sembra scandire un ritmo in cui ora è il momento del raccoglimento, del silenzio.

La sua espressione è in ombra, ma il portamento e l’acconciatura dei capelli sarebbero pronti a farne subito un monumento, una statua. Del volume quasi esplosivo del ‘Seminatore‘ Catherine non ne sa nulla, non ci sono effetti di linee plastiche a stupirci, ma solo uno sguardo a occhi bassi, che ci fissa dritto al cuore.

«Come potete capire dai titoli, non ci sono donne nude o soggetti mitologici. Voglio cimentarmi con temi diversi da questi, che sento non essermi vietati, ma che non vorrei essere costretto a fare […] e questo perché, a costo di passare ancor più per socialista, è il lato umano, schiettamente umano, quello che in arte mi tocca di più; e, se potrò fare ciò che voglio, o almeno provarci, non farò nulla che non sia il risultato di impressioni ricevute dall’aspetto della natura, sia essa paesaggio o figure. E non è mai il lato gioioso quello che mi appare; non so dove sia e non l’ho mai visto. Ciò che di più allegro conosco è questa calma, questo silenzio di cui si gioisce così intimamente all’interno del bosco o sui campi arati. Mi direte che questo discorso è molto da sognatore, di un sogno triste, anche se certo dolcissimo […] ma è lì, secondo me, che si trova la vera umanità, la grande poesia»

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Giuseppe Pellizza da Volpedo_blog_arte_dincanTO
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I was made for lovin’you

É successo a tutti. A lei, di più.

Il suo promesso sposo non solo l’ha mollata, porta anche all’altare “l’altra”, già vestita di bianco, sullo sfondo, con tutto il paese appresso.

Se la ragazza sta piangendo, le lacrime sono chiuse tra le pennellate, rosse e verdi, che si accumulano a comporle il viso divisionista. Giuseppe Pellizza (da Volpedo-se l’é aggiunto lui per darsi tono) la mette al centro di un paesaggio gigante, come il suo dolore, e le lascia vicino solo un bastone e una pecora a tirarla su.

Anche Pellizza saprà cosa vuol dire non esser capito.

Dopo gli anni passati tra infiniti tocchi brevi di colore diviso per “Il quarto stato” (http://www.pellizza.it/quarto.htm ) opera non apprezzata, sarà questo lavoro lo sfondo con cui sceglierà di togliersi la vita nel suo studio.

“Speranze deluse” é invece il titolo della nostra pastorella.

Ma non disperare fanciulla, se l’omino non conosceva il valore di una promessa, che vita sarebbe stata? Metti una canzone che ti piace, vai da un’amica nel pascolo vicino e impugna il bastone come una spada per partire alla conquista di chi non avrà alcun bisogno d’essere convinto.

Io propongo la versione orchestra. Funziona sempre.

 

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